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Giornalismo Costruttivo

Infodemia: come sopravvivere alla cattiva informazione

Ogni occasione mancata può essere un’opportunità per fare meglio la volta prossima. Voglio continuare a credere che sia così. Anche quando si tratta di giornalismo che delude e che finisce nel vortice di quel fenomeno che si chiama infodemia. Voglio crederlo perché se perdiamo speranza e fiducia nelle istituzioni e nelle persone, abbiamo perso tutto. Soprattutto la possibilità di rendere il mondo un posto migliore.


Noi esseri umani abbiamo una paura che ci accomuna un po’ tutti: il timore di essere travolti da un’epidemia. È così radicata nel nostro essere sin dai popoli più antichi, che arriva a farci compiere azioni incontrollate. Quelle di chi non sa più cosa fare e le prova tutte pur di salvarsi.


L’infodemia altro non è che la diffusione virale di notizie false, parziali o addirittura senza alcun fondamento che può causare un crollo dei rapporti tra le persone e della fiducia nelle istituzioni. È pericolosa. Anzi, pericolosissima. Il tempo in cui viviamo ha reso ancor più potente l’effetto di questo fenomeno che, però, è sempre esistito.


Nel suo libro Factfulness, Hans Rosling spiega benissimo quanto sia importante gestire le informazioni che vengono diffuse dai media durante le epidemie. È l’istinto alla paura che ci fa fare, pensare e sostenere cose insensate. Quello di essere contaminati, per esempio, figura tra questi. Possiamo salvarci dall’infodemia? Sì.
Cominciando, per esempio, a differenziare spaventoso, un rischio percepito, da pericoloso, un rischio reale. Soffermarsi su quel che è spaventoso, mettendo quindi attenzione eccessiva alla paura, cera un tragica dispersione nelle energie sbagliate. Questo primo passo verso la consapevolezza può diventare un vero salva vita. Se i media non resistono alla tentazione di far leva sul nostro istinto della paura per catturare la nostra attenzione, noi mostriamo loro che sappiamo riconoscere l’infodemia prima ancora dell’epidemia da cui vorremmo proteggerci.
Rosling afferma nel suo libro che possiamo imparare a «riconoscere quando le cose spaventose attirano la nostra attenzione e ricordare che non sono necessariamente le più rischiose. La nostra paura naturale della violenza, della prigionia e della contaminazione ci porta sistematicamente a sopravvalutare questi rischi».

Teniamo sotto controllo la paura.

L’invito, quindi, è a calcolare i rischi effettivi:

  • Paura verso realtà. Il mondo sembra sempre più spaventoso di quel che è perché ciò che ci viene proposto è stato accuratamente selezionato dai media ma anche dalla nostra percezione.
  • Il rischio vero viene rappresentato da due elementi: quanto è pericoloso quel che sta accadendo? Qual è il nostro grado di esposizione?
  • Mantenere la calma: evitare di prendere decisioni fino a quando il panico non è passato.

Ogni volta che c’è un’epidemia in corso per il giornalismo è un’occasione per essere utile alla comunità. È vero che questa occasione si perde a favore della ricerca di attenzione ma è anche vero che sempre più professionisti dell’informazione si stanno adoperando affinché gli approfondimenti più necessari arrivino al lettore. Come sempre dico: cercate questi professionisti e non affidatevi a delle testate giornalistiche solo perché godono della forza di un brand. E non fate nemmeno tesoro di ciò che intercettate online se non accuratamente verificato.

L’informazione si cambia insieme.

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