Image default
Giornalismo Costruttivo

Può il giornalismo ridare speranza al lettore?

Le notizie che leggiamo ci permettono di conoscere un pezzo di mondo. Quello che viene raccontato. Comprendiamo, attraverso i fatti, con quali esseri umani condividiamo gli spazi vitali del Pianeta. Ogni giorno, dando uno sguardo ai media possiamo farci un’idea sul lato oscuro che alberga tra gli uomini. Leggiamo notizie che ci lasciano sgomenti e ci fanno pensare: ma davvero viviamo in un mondo così brutto?

Dalle notizie si impara a conoscere un paese, una comunità, un’epoca storica. Ricordo che ce lo diceva sempre un docente dell’Università. Ma non c’era, allora, questa corsa a chi la spara più grossa in rete. A chi racconta i dettagli più macabri o a chi va più a fondo nella vita personale di qualcuno. Non credo, oggi, si possa ancora pensare di conoscere un paese dalle notizie che leggiamo sui media.

Se chiedessimo ai giornalisti o agli editori il motivo per cui riempiono le loro pagine di storie che hanno l’effetto di sconvolgerci, racconterebbero di sicuro che non è questo quel che vogliono: l’obiettivo è raccontarci la verità. Ed è in parte vero perché ciò che raccontano sono fatti che accadono davvero nel mondo. Non se ne può fare a meno, certo. Sarebbe un tradimento della propria professionalità se non lo facessero. Occorre franchezza. Su questo siamo tutti d’accordo.

Ma quello stesso desiderio di verità deve essere applicato anche a ciò che di ispirante, costruttivo, stimolante e appagante accade al mondo. Perché mentre si verificano omicidi, rapine e brutture varie, accadono anche una serie di fatti che risultano contradittori rispetto a quanto raccontato. Ci sono persone che si inventano una nuova professione per salvare l’economia familiare invece di buttare tutto all’aria e compiere gesti sconsiderati, c’è chi ama i bambini e dona loro amore e non violenza, ci sarà anche chi salva il proprio matrimonio o si lascia in piena armonia e non fa del male al partner.

Anche queste sono storie che fanno parte del mondo in cui viviamo. Va detto, però, che per come siamo abituati all’informazione oggi, viene difficile pensare di poter leggere titoli di prima pagina del tipo “insegnante salva un alunno da una famiglia turbolenta” oppure “un millenial si dedica ogni giorno ad aiutare un’anziana signora” o ancora “un uomo decide di non uccidere la moglie ma di dialogare con lei per ritrovare l’armonia”. Esistono talmente tante versioni differenti della realtà che risulta davvero impossibile poter pensare di offrire una fotografia fedele di un paese, una comunità o del genere umano intero.

Quello che diventa possibile è scegliere le storie su cui porre attenzione e quali, invece, lasciare da parte perché non darebbero un contributo costruttivo alla vita di chi legge.

 “Se le persone desiderano creare un mondo migliore allora noi giornalisti dobbiamo nutrire la loro immaginazione con idee speranzose, alternative fresche, la possibilità di credere che il mondo in cui stanno le cose non è necessariamente quello in cui devono stare. Non possiamo limitarci a criticare lo status quo, dobbiamo anche esplorare nuove idee e diffonderle. Dobbiamo costruire la speranza”

Katharine Viner, direttrice del Guardian.

Chi scrive – qualunque sia il suo ruolo nel mondo dell’informazione – ha il potere di formare l’immagine che ognuno di noi ha degli altri. Ha il potere di determinare l’opinione del lettore e di delineare l’immagine della società in cui viviamo. Ed è un potere importante che a me a tratti commuove e spaventa. Mi commuove perché mi riconduce alla responsabilità che abbiamo quando mettiamo in rete un contenuto e mi spaventa perché quel che scriviamo ha un potere auto-determinante della realtà.

Se continuiamo a leggere di politici corrotti non avremo più fiducia in chi ci governa; se riceviamo il messaggio che ciò che conta oggi sono il denaro e il ruolo sociale, la normalità della nostra vita ci sembrerà umiliante; se ci passano l’idea che per un preciso numero di anni l’economia sarà un disastro e le opportunità pari a zero, ci sentiremo persi e incapaci di affrontare la realtà.

La speranza di cui parlo non è quella che alimenta il rifiuto della realtà. La speranza di cui abbiamo bisogno abbraccia ciò che è sconosciuto e ciò che si può scoprire. È l’alternativa sia all’ottimismo eccessivo che al pessimismo a tutti i costi.

Avere speranza significa credere che le azioni hanno un significato potente e che ciò che noi facciamo è importante. La speranza autentica richiede chiarezza, immaginazione e quel pizzico di rabbia necessaria per scegliere di voler cambiare le cose. La rabbia che ci fa dire: non voglio più che vada così quindi entro in azione.

I media esisteranno sempre. Evolveranno ancora e ancora. Il ruolo del giornalista sarà sempre importante ma non più determinante per l’informazione. A emergere saranno i professionisti che, al di là di etichette, sapranno donare approfondimento, cura, visioni e speranza autentica. A beneficiarne i lettori che sapranno essere curiosi, aperti e creativi.

Lascia un commento