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Ispirazioni

Fame nel mondo: la nostra generazione può fermarla

La fame nel mondo è un’ingiustizia che non possiamo più tollerare. Questa frase ha risuonato dentro di me scuotendo ogni singola cellula del mio corpo. Ho avuto come la sensazione che gettasse un seme e iniziasse ad annaffiarlo. Ed è vera. È incredibilmente vera. Dovremmo scriverla in ogni pezzo di carta che ci passa davanti, sui file del computer e sulle note dello smartphone.

Queste parole – «La fame nel mondo è un’ingiustizia che non possiamo più tollerare» – mi riportano al momento in cui le ho sentite e il mio corpo è rabbrividito. Qualche giorno fa ho avuto il grande privilegio di partecipare a un evento organizzato dalla Onlus Rise Against Hunger, realtà nata dal cuore di Alberto Albieri, imprenditore italiano, e della sua famiglia. La loro missione è semplice, chiara, immediata, ambiziosa ma possibile: sconfiggere la fame nel mondo concretamente e cominciando dal diritto di scolarizzazione dei bambini nel Paesi in cui la fame è ancora all’ordine del giorno.

Sul palco di questo evento ho sentito queste parole che hanno acceso una riflessione importante. Non è tollerabile che, dati FAO alla mano, nel 2014 ci fossero 795 milioni di persone che soffrivano cronicamente la fame. Un abitante su nove, per darti l’idea. Gli esperti impegnati su questo tema parlano di ipoteca sul futuro del pianeta. I dati più recenti – 2017 – della Fao parlano di 815 milioni di persone nel mondo che non hanno il cibo necessario per vivere una vita sana.5La sentiamo cosi lontana da noi, la fame nel mondo, che difficilmente pensiamo di poter fare qualcosa. Ci appare come un’utopia ma utopia non è. Restando sui dati a disposizione oggi ci sono 209 milioni di persone in meno che soffrono la fame rispetto al 1990 e questo nonostante la popolazione mondiale sia passata da 5.5 a 7 miliardi di persone. Il miglioramento si è registrato soprattutto in Asia e America Latina grazie allo sviluppo economico di Paesi come Cina, India e Brasile. Resta più lento in Africa dove si registrano ancora alti tassi di povertà.

Osservare un miglioramento ci fa pensare che sradicare la fame nel mondo non sia affatto un’utopia. Ed è per questo che l’Onu ha approvato l’Obiettivo Fame Zero entro 15 anni (2015-2030). Perché questo ottimismo?

Siamo la prima generazione nella storia che può porre fine alla fame nel mondo e alla povertà. Presi dalla nostra quotidianità forse ci sfugge questo dettaglio che appare fondamentale per la storia dell’umanità. Siamo una generazione con grandi ricchezze e possibilità. Abbiamo la possibilità di fare la differenza partendo da una scelta fondamentale: esserci. Certamente una responsabilità ma anche una grande opportunità per contribuire al miglioramento delle condizioni di vita del nostro Pianeta. E non è questo che cerchiamo quando diciamo che vorremmo fare di più?

Proprio sul senso dell’esserci intendo portare la tua attenzione. Esserci non è fare una donazione per sistemare la propria coscienza. Esserci è essere presenti e donare la risorsa più preziosa che abbiamo: il nostro tempo.

Per questo motivo trovo valore nella missione di Rise Against Hunger . Non chiedono sostegno economico fine a se stesso, chiedono di poter coinvolgere le persone. «Possiamo essere attori e contribuire attivamente alla buona alimentazione e alla scolarizzazione dei bambini in stato di povertà e fame – afferma Alberto Albieri – giriamo le piazze, andiamo nelle aziende e nelle scuole chiedendo alle persone di essere presenti con il proprio tempo per confezionare pasti che vengono poi spediti nelle scuole. Secondo il World Food Program, 66 milioni di bambini in età scolare vanno a scuola affamati nei Paesi in via di sviluppo». Questo ultimo aspetto è il cuore dell’attività di Rise Against Hunger che ha scelto un processo efficace e concreto per contribuire all’Obiettivo Fame Zero nel 2030. Si parte dalle scuole. Se le famiglie sanno che i bambini hanno un pasto assicurato a scuola sono più propensi a fargli frequentare gli spazi educativi. Questo significa anche scolarizzazione e apprendimento e, soprattutto, ragazzi e ragazze avviati a una professionalità che può contribuire allo sviluppo del proprio Paese. Ridare un senso alla vita. Questo può fare un pasto sano al giorno.

Quello che Rise Against Hunger ci propone è una grande sfida a cui ognuno di noi può partecipare dedicando il proprio tempo e divertendosi con la consapevolezza di dare un aiuto concreto, più di quanto possa essere una donazione in denaro fine a se stessa.

Prova solo a immaginare: 50 persone, 20 minuti del tuo tempo, 5.500 razioni di cibo preparate, 22 bambini con un pasto sano al giorno assicurato per un anno intero e un percorso di studi annuale sicuro.
Questo è ciò che con altri colleghi giornalisti e blogger, manager e imprenditori ho contribuito a rendere reale qualche giorno fa.

Quando sono tornata a casa e Giulia – che ha 7 anni – mi ha chiesto cosa avessimo fatto io e il suo papà quella mattina per me è stato emozionante poterle raccontare questi numeri. Ma ancora più incredibili sono state le sue parole: «Mamma, io non posso credere che ci siano bambini che non mangiano. Come fanno a vivere?»

Hai ragione Giulia. La fame nel mondo è un’ingiustizia che non possiamo più tollerare.

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