“Scusate, non vorrei disturbare, chiedo scusa, ma vi prego di rispettare la nostra cultura, non vorrei essere scortese, vi chiedo solo di rispettare l’abbigliamento, per favore indossate maglie più lunghe.”
Sapevamo che noi donne ci saremmo dovute coprire: velo, maglia maniche lunghe e maglie larghe cosi da coprire le forme fino al ginocchio. Aveva ragione, la maglia non era abbastanza lunga.

Lui si è avvicinato e ci ha chiesto scusa, scusa di cosa? Siamo nel vostro paese, siamo noi a dover chiedere scusa per aver, involontariamente, mancato di rispetto.
“Vedrete” ci avevano detto “Gli iraniani sono un popolo di una gentilezza pazzesca”.
Cosa vuol dire gentilezza pazzesca? Tutti noi, o quasi, siamo gentili ma non per questo ci sentiamo pazzeschi.
Quel qualcuno aveva ragione, dopo poche ore in aeroporto avevamo capito che quella cortesia era solo l’inizio.

Assonnati per la notte passata in volo cerchiamo il gabbiotto per il visto e l’assicurazione. “Ragazzi venite da questa parte, vi aiuterò io” una ragazza iraniana ci si avvicina con un perfetto italiano, ci assisterà fino alla consegna dei documenti.
Dopo poche ore inizia la nostra avventura in Iran. Non avevamo prenotato nulla, se no il primo hotel, dall’Italia non è semplice e in Iran non conoscevamo nessuno.
Inizia tutto a Shiraz, la camera non è pronta così giriamo per la città, il caldo è micidiale ma siamo felici, vogliamo scoprire.

Capiamo subito di essere osservati, ci guardano, è uno sguardo di curiosità misto allo stupore ma anche molto timido. Lo sanno che siamo stranieri e di stranieri se ne vedono pochi.
“Hello, Where are you from?”
“Italy”
“Wow, I love Italy, welcome in Iran”

Ho viaggiato tanto ma mai nessuno mi ha dato il benvenuto, o meglio non camminando per strada.
“Vi piace l’Iran? Mangiate bene? Le persone vi trattano bene?’”
Queste erano le loro preoccupazioni: che noi stessimo bene e forse da una parte anche un po’ di insicurezza e paura che potesse non piacerci.
“Can I help you?”
Curiosi ma anche premurosi. Si sentono in dovere di aiutarti.

Decidiamo di spostarci con i bus da una città all’altra, alcune tratte notturne e altre in giornata.
Usiamo i Bus Vip per avere sedili più comodi, una piccola lunch box, dell’acqua, della frutta e alcune volte del the caldo.
Quella volta l’abbiamo preso al volo, i posti non erano tutti vicini, chi all’inizio, chi in coda, chi al centro e le lunch box erano finite.
Mio marito era in coda seduto vicino ad una famiglia iraniana io e Francesca su sedili singoli.

Paolo è seduto vicino ad un ragazzo iraniano, insieme sfogliano la Lonely Planet per condividere il nostro viaggio e itinerario.
“Ma davvero tutte queste pagine parlano del mio paese? Guarda c’è anche la mia città, abitiamo un po’ lontano ma vi va di venire a cena a casa mia? Sarei felice di farvi conoscere la mia famiglia”
Già, ci avevano detto anche questo, capiterà che qualcuno vi inviterà a casa, con il solo scopo di accogliervi.
Era troppo lontano, più di 100 km da dove eravamo, era impossibile, ma sarebbe stato bellissimo.
“Il bus si è fermato, prendiamo il pranzo?” chiedo a mio marito.
“No grazie, la famiglia qui accanto ha condiviso la loro lunch box con me, sono a posto”
“Davvero?”

Fermi in metropolitana intenti a guardare la cartina enorme di Teheran, , non avevamo bisogno, solo curiosavamo. Un uomo che probabilmente non parlava inglese, ci si avvicina compone un numero sul suo cellulare ci porge il telefono. Dall’altra parte “Can I help you” “No, thank you, we are ok” risponde mio marito.
Pensava fossimo in difficoltà, doveva trovare il modo per aiutarci, non poteva lasciarci li da soli.

Le città sono bellissime, ogni cosa lo è, monumenti, moschee, bazar e tanto verde dove loro si riuniscono per fare pic-nic e dove non perdono occasione per chiamarti e offrirti un dolcino.
Quella volta che un ragazzo, uscendo da una pasticceria, ci ha dato un’indicazione e per salutarci ci ha offerto i biscotti che aveva appena comprato. D’istinto rispondiamo “no grazie!” ma non era la risposta esatta, lui insiste, non puoi dire di no, li offenderesti.

Non è facciata, non è un po modo per farsi voler bene, per loro è la normalità, uno stile di vita. Lo sono anche tra di loro quando devono intercedere per te se un negoziante o un tassista non parlano inglese oppure non conoscono la strada.

Sei un ospite e come un buon padrone di casa sa, la cosa fondamentale è farti stare bene.
Dopo 11 giorni abbiamo dato un senso a questa “gentilezza pazzesca” che per noi era diventata “una gentilezza commovente”.

di Stefania Corbo