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Ispirazioni

Stefano Caccavari: un sognatore appassionato non lo ferma nessuno

Ho conosciuto Stefano Caccavari in occasione del Dreamers Day dello scorso ottobre. Abbiamo condiviso il palco in qualità di sognatori concreti. Di lui mi ha colpito l’energia e la passione. “Forse la mia storia ti può piacere” mi ha detto prima del suo intervento. Eh si. Dopo averlo ascoltato ero certa: la sua storia mi piaceva. Ma la cosa fantastica è che mi piace sempre di più. Anche oggi che Stefano è impegnato in un nuovo sogno: il primo mulino social.

Gli occhi di un sognatore si riconoscono. Chi ha un sogno e ha deciso di renderlo reale ha un sorriso diverso. E’ consapevole, è pronto ad affrontare le sfide e sa che riuscirà nel suo intento.
Stefano Caccavari queste caratteristiche le ha tutte. I suoi occhi brillano di passione per la sua terra. Quel Sud cosi difficile che tanto spaventa le persone che scappano via. Tutte ma non Stefano.

Lui è di San Floro, provincia di Catanzaro. Ha deciso che la sua terra dovesse avere una possibilità e cosi è stato. Nel 2014 ha creato l’Orto di Famiglia, progetto agricolo di custodia del territorio. Oggi sono circa 100 le famiglie che hanno il proprio orto e scelgono di mangiare sano. Tutto questo là dove stava per nascere la discarica di rifiuti più grande d’Europa. I cittadini si sono battuti e Stefano ha avuto l’idea: utilizzare due ettari di terra di proprietà di famiglia coltivati a frumento e grano da anni convertiti in orti da affittare ai cittadini. I piccoli orti, di circa 80 metri quadrati l’uno, ospitano frutta e verdura coltivata senza pesticidi e concimi chimici da una squadra di persone. Le famiglie, poi, procedono alla raccolta.

Quello dell’Orto di Famiglia è il progetto con il quale ho conosciuto Stefano.
Ma poi la sua tenacia è andata oltre.

In provincia di Crotone l’ultimo mugnaio della Calabria aveva deciso di vendere il proprio Mulino a pietra con tanto di ruscello e ruota a trazione idraulica. Quello stesso mulino a cui Stefano e la sua famiglia si rivolgevano per macinare il grano con un tecnica tradizionale.
Tutto questo stava per perdersi. L’ultimo dei 9 mulini a pietra di San Floro stava per chiudere.
Ma Stefano non poteva permetterlo e mettendo a frutto il suo genio creativo e il potere dei social media ha chiesto alla rete di aiutarlo, con donazioni, ad acquistare il mulino. Niente da fare.

Affare non andato a buon fine.

Ma, come insegna la storia dei grandi sognatori, da un fallimento può nascere un’idea geniale.

Cosi Stefano pubblica un post su Facebook lo scorso 18 febbraio con una nuova iniziativa.

L’unicità del Mulino a pietra sono appunto le macine antiche, di una pietra speciale e durissima, la più famosa pietra al mondo è quella francese chiamata “le Fertè”, sono proprio quelle prodotte nel’ 1800 e che da secoli continuano a macinare, del mulino non contano tanto la struttura metallica, il motore elettrico o la cassa di legno,
il valore sono le macine in pietra naturale del 1800, meglio ancora se quelle considerate le “Ferrari” delle pietre, e cioè, quelle francesi chiamate “Le Fertè”.


Il piano di Stefano?
Recuperare le antiche macine in pietra naturale “la ferté”; progettare e montare il telaio, le parti meccaniche e il motore; creare la cassa in legno e la tramoggia e dare vita al primo Mulino social a pietra Made in San Floro. “Non sarà mai ceduto a collezionisti” assicura Stefano ai suoi sostenitori.

E cosi la rete ha risposto con donazioni concrete. In pochi giorni Stefano ha raccolto oltre 110mila euro ma il viaggio non è terminato e quindi potete ancora partecipare andando semplicemente sul sito Mulinodisanfloro.it. Qui potete prenotare il kit di Farina Bio composto da 20 Kg di farina macinata a pietra.

La storia di Stefano mi piace perché contiene tanti insegnamenti e ispirazioni.

  • Tutto è possibile anche là dove gli altri pensano non lo siano.
  • La tenacia e la determinazione portano lontani.
  • Da un fallimento può nascere una straordinaria idea.
  • Quando fai qualcosa per gli altri torna tutto indietro.

Crederci. Bisogna sempre crederci e (come dicevo nell’ultima Lettera della Piumarossa) tenere a mente il proprio “perché?”.