Passeggiando per la vostra città incontrate persone in difficoltà all’angolo di una strada. Vi è mai venuto in mente di fermarvi e chiedere a queste persone di raccontarvi la loro storia? E di allungare una mano per sostenerle? Lui si, lui lo fa. Lo chiamano Angelo Invisibile di Milano ma non ama questo nome. Ho avuto il grande pregio di scambiare con lui qualche mail per l’articolo che ho scritto su Donna Moderna (numero 31 se volete recuperarlo) dedicato ai benefattori anonimi. In quella occasione ho scritto di persone che hanno ricevuto aiuti silenziosi e preziosi. Oggi, però, vorrei raccontarvi del libro “L’Angelo Invisibile” scritto proprio da lui: l’uomo che ha scelto di aiutare concretamente chi resta indietro.

La sua è una storia molto bella. Il suo libro lancia un messaggio importante che tutti noi dobbiamo, e possiamo, cogliere. Il suo modo di aiutare il prossimo è speciale. Il Corriere della Sera ha spinto la sua storia chiamandolo Angelo Invisibile, ma lui preferisce definirsi “solo una persona benestante che fa ciò che è giusto fare: restituire un pò del tanto che ho avuto”. Cosi mi ha scritto via mail.

Per lui, aiutare il prossimo non significa fare un bonifico o passare una busta con dei soldi quasi a lavarsi la coscienza. Per lui è di più. E’ ascoltare le storie, creare un rapporto con le persone che aiuta, seguirle nel loro percorso, verificare che stiano bene e capire le reali esigenze. Questo è il motivo per cui ha scelto di portare il suo aiuto alle persone che riesce a seguire e raggiungere facilmente. Per farlo meglio ha creato la Fondazione Condividere e parla con i centri ascolto delle Caritas di Milano.

Il suo libro è una di quelle letture che bisognerebbe ogni tanto riprendere in mano. Al suo interno si legge la storia di un uomo che ha un rapporto con il denaro abbastanza fuori dal comune. Per lui, tolto quello che lo aiuta a star bene e far star bene la sua famiglia, ciò che avanza è giusto donarlo a chi non ce la fa. Ed è giusto farlo in modo immediato, sincero, pulito e ascoltando. Perché l’ascolto è fondamentale ed è già un primo aiuto.

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Ha iniziato la sua carriera nell’azienda di famiglia ma proprio le divergenze con il padre in merito alla gestione del denaro e delle relazioni con le persone lo hanno portato ad allontanarsi. Quindi ha cominciato a lavorare in banca. E qui ne ha viste tante, e non sempre belle. Ha toccato realtà incredibili di cui racconta nel libro. Quando il padre è venuto a mancare ha preso in mano il patrimonio di famiglia per amministrarlo con lo scopo di donare agli altri. Il suo più grande sogno? “Disporre di risorse molto maggiori per estendere il mio aiuto a molte più persone”.

Questo l’insegnamento che sta dando ai suoi figli. E che sta dando già ottimi risultati. Di uomini cosi dovrebbe essere pieno il mondo. Certo, lui non può arrivare ovunque. Non ha volontari che lavorano per la sua fondazione. E’ solo. E vuole restarlo. Perché solo cosi può seguire le “facce stanche e allegre” intorno a sé.

Vi sta venendo voglia di aiutarlo? Non scrivete alla sua fondazione. Non proponetevi come volontari. Non mandate soldi alla fondazione. Fate qualcosa di diverso, come si legge in questo passaggio del libro.

“Uscite da casa vostra, e avvicinatevi alla persona che vende le borse al banchetto lì all’angolo, dico sempre. Parlate con il tizio seduto sulla panchina davanti alla stazione della metropolitana, e allungategli una busta. Oppure, se non ve la sentite di parlare con loro, di reggere il peso delle confidenze, della vita vera di queste persone – e lo capisco, perché non è un peso lieve -, andate alla vostra parrocchia e lasciate i soldi per la bolletta di una famiglia bisognosa. Non occorre associarsi a niente e a nessuno, per condividere”.

Personalmente sono molto grata a quest’uomo. Per il suo insegnamento, per il suo coraggio, per la sua lealtà e per avermi insegnato che si può fare la differenza.